Il cammino cristiano




La testimonianza di Bilquis Sheikh, ex musulmana

 

(Il seguente brano è tratto dal libro "Profumo dal Pakistan", di Bilquis Sheikh, edito da C.L.C.)


Potevo scorgere le occhiate che lanciava alla mia Bibbia, con crescente curiosità. Infine si piegò in avanti e con tono confidenziale mi chiese, "Signora Sheikh, cosa fate con la Bibbia?".
"Sono ardentemente alla ricerca di Dio", risposi. E così, mentre le candele si consumavano lentamente, le raccontai, con una certa prudenza al principio poi sempre con più coraggio, del mio continuo confronto tra la Bibbia e il Corano. "Qualsiasi cosa accada", accentuai, "devo trovare Dio, ma mi sento confusa per quanto riguarda la vostra fede", dissi, rendendomi conto che proprio mentre parlavo, stavo mettendo il dito su qualcosa d'importante. "Mi sembra che voi rendiate Dio così... non so... personale!".
Gli occhi della piccola donna si riempirono di compassione, mentre si chinava verso di me dicendomi con voce emozionata: "Signora Sheikh, c'è solo un modo per conoscere il perché. È quello di cercare da sola, anche se può sembrarvi strano. Perché non pregate quel Dio che state cercando? ChiedeteGli di mostrarvi la Sua via. ParlateGli come se fosse un vostro amico".
Sorrisi. Poteva anche suggerirmi di parlare al Taj Mahal! Ma proprio allora la donna disse qualcosa che mi scosse tutta. Si fece più vicino e mi prese una mano nelle sue, mentre le lacrime le scendevano giù per le guance. "ParlateGli", disse molto piano, "come se fosse vostro padre".
Mi raddrizzai di colpo. Un silenzio di tomba pesava sulla stanza. Si era interrotta anche la conversazione di Mahmud e Tooni. Fissavo quella donna alla luce della candela che si rifletteva sui suoi occhiali.
Parlare a Dio come se fosse mio padre! Il pensiero mi turbò l'animo in quello strano modo che ha la verità di essere sorprendente e confortante allo stesso tempo.
Poi, come per intesa, ricominciammo a parlare tutti insieme ed allo stesso momento. Tooni e Mahmud si misero a ridere e decisero che il parasole doveva essere colorato di violetto. La donna sorrise, si alzò, ci augurò ogni bene e sollevando appena l'orlo dell'abito da terra, lasciò la stanza.
Non fu detto nient'altro sulla preghiera né sul cristianesimo. Eppure mi girai e rigirai nel letto per tutto il resto della notte. [...]

Nella tarda mattinata Manzur ci ricondusse a Wah. Appena lasciammo la strada nazionale per imboccare quella che conduce alla nostra proprietà potei scorgere, attraverso gli alberi, il tetto grigio di casa mia. Di solito non vedevo l'ora di tornare a casa, per ritirarmi dal mondo; oggi però mi sembrava diverso, come se lì mi fosse dovuto accadere qualcosa di particolare.
Mentre percorrevamo il lungo viale, Manzur suonò il clacson. I servitori corsero fuori e circondarono l'auto. "Come sta il bambino?" chiesero tutti in una volta.
Li rassicurai che Mahmud stava bene. La mia mente però era lontano. Non riuscii a prender parte alle loro cerimonie per il nostro ritorno a casa. Pensavo piuttosto a questa nuova via che menava a Dio. Salii nella mia camera per pensare a tutto quanto era accaduto. Ero certa che nessun musulmano aveva mai pensato ad Allah come ad un padre. Mi era stato detto, fin da bambina, che la maniera migliore per conoscere Allah era di pregare cinque volte al giorno, studiare e meditare il Corano. Eppure le parole della dottoressa Santiago mi tornarono di nuovo alla mente. "Parlate a Dio. ParlateGli come se fosse vostro padre".
Sola, nella mia stanza, mi misi in ginocchio e cercai di rivolgermi al Signore, chiamandoLo "Padre". Mi rialzai sgomenta. Era semplicemente assurdo. Oltretutto non era peccato cercare di far abbassare l'Eterno al nostro livello? Quella notte mi addormentai più confusa e disorientata che mai.
Mi svegliai qualche ora dopo. Era passata la mezzanotte, era ormai il 12 Dicembre, il giorno del mio compleanno. Avevo 47 anni. Provai un'eccitazione momentanea, un ritorno alla mia infanzia, quando i compleanni erano giorni di festa con giochi, un'orchestra ad archi che suonava sul prato e parenti che andavano e venivano per tutto il giorno. Oggi non ci sarebbe stata alcuna festa, forse qualche telefonata, ma niente di più.
Quanto rimpiangevo quei giorni della mia infanzia! Pensai ai miei genitori, che amavo ricordare più di tutti gli altri. Mia madre così amorevole, regale e bella. E mio padre. Ero così orgogliosa di lui, delle alte cariche che occupava nel governo indiano. Potevo raffigurarmelo ancora chiaramente: vestito impeccabilmente, mentre si aggiustava il turbante davanti allo specchio, prima di uscire per andare all'ufficio. Lo sguardo benevolo sotto le sopracciglia folte, il sorriso dolce, i lineamenti finemente cesellati, il naso aquilino.
Uno dei miei ricordi più cari era quello di vederlo al lavoro, nel suo studio. Pur vivendo in una società in cui i figli maschi sono tenuti in più alta considerazione rispetto alle femmine, mio padre considerava i figli in maniera imparziale. Spesso, da bambina, capitava che avevo qualcosa da domandargli e così sbirciavo attraverso la porta aperta del suo studio, incerta se interromperlo. Allora il suo sguardo incrociava il mio. Posando la penna, si appoggiava allo schienale della sedia e mi chiamava "Keecha?". Entravo allora piano nello studio, con la testa bassa. Mi sorrideva ed indicandomi la sedia a fianco a lui mi diceva: "Vieni, mia cara, siediti qui". Poi mettendomi un braccio intorno alle spalle, mi avvicinava a sé. "Dimmi, piccola Keecha, cosa posso fare per te?" mi chiedeva in tono affettuoso.
Era sempre così con mio padre. Non si dispiaceva quando lo disturbavo. Ogni qualvolta avevo una domanda da fargli od un problema da sottoporgli, per quanto occupato potesse essere, metteva da parte il suo lavoro e mi rivolgeva la sua piena attenzione.
Era passata da un bel po' la mezzanotte quando mi distesi a 'letto, assaporando quel bel ricordo. "Oh, grazie..." mormorai al Signore. Stavo veramente parlando con Lui?
Improvvisamente sentii un gran senso di fiducia dentro di me. Supponendo - soltanto supponendo - che Dio fosse come un padre, allora, se il padre mio terreno metteva ogni cosa da parte per ascoltarmi, non I'avrebbe fatto anche il Padre mio celeste...?
Sentendomi fremere per l'eccitazione, mi alzai dal letto, mi misi in ginocchio e rivolgendo lo sguardo verso l'alto, in una nuova, ricca consapevolezza chiamai Dio "Padre mio".
Non ero preparata a quanto poi accadde.

"Oh Padre, Padre mio... Padre eterno". Con esitazione pronunziai il Suo nome ad alta voce. Ad un tratto sentii come se si fosse aperto un varco dentro di me. Credetti che Egli potesse veramente ascoltarmi, proprio come aveva sempre fatto il padre mio terreno.
"Padre, o Dio Padre" esclamai con maggiore confidenza. II tono della mia voce mi sembrò insolitamente alto, in quella grande stanza, mentre stavo inginocchiata sul tappeto, a fianco al letto. All'improvviso la stanza non fu più così vuota. Egli era là: potevo avvertire la Sua presenza. Potevo sentire la Sua mano poggiata affettuosamente sulla mia testa. Mi sembrava di poter vedere i Suoi occhi, pieni di amore e compassione. Era così vicino che mi ritrovai ad appoggiare la testa sulle Sue ginocchia, come fà una bambina, seduta ai piedi di suo padre. Rimasi così inginocchiata per molto tempo, singhiozzando sommessamente, ripiena del Suo amore. Mi sorpresi a parlare con Lui, scusandomi per non averLo conosciuto prima. E nuovamente, sentii quella Sua amorevole compassione, che mi ricopriva tutta, avvolgendomi come in una coperta calda.
Soltanto allora mi resi conto che era la stessa amorevole Presenza che avevo avvertito quel pomeriggio in giardino, quando ne avevo sentito anche il profumo tutt'intorno a me - la stessa Presenza che avvertivo spesso nel leggere la Bibbia.
"Mi sento confusa, Padre..." dissi. "Devo prendere un momento una cosa". Raggiunsi il comodino, dove tenevo la Bibbia ed il Corano uno a fianco all'altro. Li presi e li sollevai, uno in ciascuna mano. "Quale dei due, Padre?" dissi. "Quale di questi è il Tuo libro?".
In quell'istante accadde una cosa straordinaria. Non mi era mai capitato prima niente di simile. Sentii difatti una voce dentro di me, una voce che mi parlava chiaramente come se io stessi ripetendo delle parole nel mio intimo. Erano parole nuove, piene di dolcezza eppure allo stesso tempo piene di autorità.
"In quale libro Mi hai riconosciuto come tuo Padre?". Risposi prontamente: "Nella Bibbia". Questo fu tutto. Adesso nella mia mente non c'erano più quesiti su quale fosse il Suo libro. Guardai l'orologio e rimasi sorpresa nel constatare che erano trascorse tre ore. Eppure non mi sentivo stanca. Desideravo continuare a pregare, desideravo leggere la Bibbia, perché sapevo adesso che il Padre mio avrebbe parlato per mezzo di essa. Andai a letto solo quando non potei più farne a meno. L'indomani mattina presto dissi alle mie cameriere che non volevo essere disturbata; presi di nuovo la Bibbia e mi distesi sul divano. Cominciando da Matteo, lessi tutto il Nuovo Testamento, parola per parola. [...]
Non riuscii a trovare abbastanza tempo per leggere tutta la Bibbia. Ogni cosa che leggevo sembrava indicarmi di camminare più strettamente vicino al Signore. [...]

Una sera, mentre mi riposavo seduta accanto al fuoco, presi di nuovo la Bibbia in mano. Mahmud era a letto. Nel soggiorno era tutto tranquillo. Il vento in giardino faceva vibrare i vetri delle finestre, il fuoco scoppiettava nel camino.
Avevo letto senza interruzione i Vangeli e gli Atti e quella sera ero arrivata all'ultimo libro della Bibbia. Ero affascinata dall'Apocalisse, anche se riuscivo a capire ben poco. Leggevo come se fossi guidata, mi sentivo stranamente fiduciosa. Tutto ad un tratto lessi una frase che mi fece girare la stanza tutt'intorno. Era il ventesimo verso del terzo capitolo dell'Apocalisse:
"Ecco, io sto alla porta e busso: se uno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli meco".
Cenare con Lui ed Egli con me! Rimasi senza fiato, il libro mi cadde in grembo.
Era quello il sogno che avevo fatto, il sogno in cui Gesù cenava con me! A quel tempo non avevo alcuna idea di un libro chiamato Apocalisse. Chiusi gli occhi ed ancora una volta potei vedere Gesù, che sedeva con me dall'altra parte del tavolo. Potevo avvertire il Suo sorriso dolce, la Sua approvazione. Difatti la gloria era anche lì proprio com'era stato con il Padre. Era la gloria che apparteneva alla Sua presenza!
Ora sapevo che quel sogno era venuto da parte di Dio. Il motivo era chiaro. Potevo accettarLo o rifiutarLo. Potevo aprirGli la porta e chiederGli di entrare per sempre, oppure chiuderGliela. Dovevo prendere la mia decisione totale, ora, in un modo o nell'altro.
Mi decisi e m'inginocchiai davanti al fuoco.
"O Dio, non aspettare più. Ti prego, entra nella mia vita. Ogni parte di me è aperta a Te". Non dovevo lottare o preoccuparmi di quel che sarebbe accaduto. Avevo detto SÌ! Cristo era adesso entrato nella mia vita ed io lo sapevo.
Provavo una sensazione di una bellezza sublime, indescrivibile. [...]

La gioia esplose dentro di me e cominciai a lodarLo e ringraziarLo.
"O Signore", dissi coricandomi, "può il paradiso, di cui Tu parli, essere più bello di questo? ConoscerTi è gioia, adorarTi è felicità, esserTi vicino è pace. Questo è il vero paradiso!
Non credo che riuscii a dormire per più di due ore quella mattina. Ben presto le mie cameriere vennero per aiutarmi a vestire il sari. Per la prima volta, che io mi ricordi, non rivolsi loro alcun rimprovero. C'era invece un'aria di calma e di pace nella stanza inondata dal sole.
Per tutto il giorno andai gironzolando per casa lodando in silenzio il Signore; riuscivo a stento a contenere la gioia che era in me. A pranzo, Mahmud alzando la testa dal piatto delle focacce disse: "Mamma, sei così sorridente, che ti è successo?". Gli andai vicino e gli scompigliai i capelli neri e lucenti.
"Dategli dell'halwa", dissi alla cuoca. Questo piatto di frumento, burro e zucchero era il suo dolce preferito. [...]
Quella sera iniziai un diario, in cui annotai tutte le cose meravigliose che il Signore stava facendo per me. Se fossi morta - non potevo certo prevedere quel che mi sarebbe accaduto, una volta che si sarebbe sparsa la notizia che ero diventata cristiana - volevo che rimanesse almeno quella testimonianza della mia esperienza.


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  • Testimonianza di Ibrahim, ex musulmano
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